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arti marziali tradizionali giapponesi
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LIBRI

MARTIN CRUZ SMITH, TOKYO STATION, MONDADORI

Ci sono luoghi che, come i fiori e le farfalle, svelano il loro lato più misterioso e affascinante in prossimità della morte. Casablanca con la guerra alle porte e un attacco che aspetta Bogart e la Bergman. Hanoi agonizzante con De Niro in cerca dell'amico impazzito ne "Il cacciatore". E questa Tokyo enigmatica e disperata che sta per entrare nella tragica spirale che inizia a Pearl Harbor e finirà a Hiroshima. Una Tokyo che si specchia nel volto pesantemente dipinto delle geishe, dove nulla è mai realmente quello che appare: l'onore è follia, l'amore è violenza, il generale Tojo cavalca nel giardino pubblico in abito di tweed e ha già dato l'ordine di scatenare l'inferno, la spada del samurai gronda disonore."Tokyo station" è uno straordinario romanzo senza storia, senza intreccio, senza impianto. E' scenario, è affresco, è uno sguardo lucido su un mondo e una cultura lontane da noi non solo in senso temporale o geografico. E' un mondo a parte che ti prende al cuore fin dalle prima pagine. La scena di Harry, il protagonista, che da bambino per sfuggire a una banda di ragazzini entra nei camerini di un teatro polveroso e magico tra disinibite ballerine, è un invito fin troppo esplicito al lettore. Leggi il romanzo con gli occhi di Larry quel giorno, ci dice l'autore, stupisciti di ogni cosa, lasciati portare dalla dolcezza e dalla durezza del mondo là fuori. C'è un racconto, certamente, in "Tokyo station" con un suo sviluppo, ma non è questo l'argomento migliore del libro. Harry il gaijin (lo straniero, per un giapponese) è solo la guida che ti porta per mano nella grande fiera di un Giappone dove non ci sono più samurai e non c'è neanche la Sony. Un mondo perduto che Martin Cruz Smith ci fa rivivere, come ha fatto con la Mosca fine-guerra-fredda del suo Gorky Park o con la Cuba dei fuoriusciti di Havana, usando grande misura e senza cedere allo spettacolare per forza. Romanzo da leggere a occhi chiusi, se questo non fosse uno stupido gioco di parole. E allora fate la prova. Fatevelo leggere da qualcuno, magari da pagine 16 a pagina 21. O le pagine centrali su Tokyo che aspetta la guerra e lo sa ma non vuole crederci. O l'allucinante e sanguinosa recita alla Casa dei Salici del capitolo 17. Dovete lavorare di fantasia perché non esistono immagini di "quella" Tokyo, se non foto di grossa grana e filmati color seppia. E' l'occasione per un viaggio in un mondo che non c'è più, per sentire il profumo che aveva quel fiore prima di essere reciso da una bomba atomica. Destino dei fiori, delle farfalle e delle città morenti. Di Tokyo oggi si parla solo per la borsa, di Hanoi per la politica, di Casablanca per ben altro. Certo non per Bogart e la Bergman che non salirono insieme su quell'aereo.

di Federico Bini [City-Roma, 30 ottobre 2002, p.14]